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Moda e riciclo tessile: cosa succede agli abiti che doni alle raccolte Punto poco noto

📅 11 Agosto 2026✍️ di Luca Sottile⏱️ 6 min di lettura

Davanti al cassonetto giallo vicino allo skatepark, a Torino, ho infilato una felpa consumata che avevo usato per anni in spot fotografici e graffiato sulle ringhiere dei corrimani. Un ragazzino con le sneakers appena sfilate dalla scatola mi ha chiesto: “E ora dove va?”. Non sapevo rispondere in due parole. Perché il viaggio di un capo donato è fatto di capannoni, bilance, mani che tastano i tessuti e decide il suo futuro con una rapidità che non immagineremmo mai. È il punto poco noto di una moda che sogniamo pulita e circolare, ma che resta terrena, concreta, logistica.

Dal cassonetto al nastro: il primo smistamento

Quello che doniamo non scompare. Viene raccolto da operatori convenzionati, spesso cooperative o imprese che lavorano per i Comuni. I sacchi arrivano in centri di selezione dove tutto viene pesato e svuotato su un nastro. Lì, addetti esperti valutano in pochi secondi ogni capo: integrità, stagione, tessuto, marchio, possibile destinazione.

Il primo mito da sfatare è che tutto finisca direttamente a chi ne ha bisogno. Una parte sì, specie i capi in buone condizioni e adatti alla stagione. Ma la maggioranza entra in una filiera economica fatta di qualità diverse. In gergo, si parla di “riutilizzo” per ciò che può essere indossato così com’è, e di “riciclo” per ciò che rinascerà come materia prima. Il resto, quello proprio irrecuperabile o troppo sporco, diventa scarto.

In media, tra il 50 e il 60% dei capi donati è re-indossabile. Circa un quarto prende la via del riciclo come straccio industriale o imbottitura. Tra il 10 e il 15% è scarto finale. Percentuali che oscillano in base alla qualità in ingresso: più fast fashion usa-e-getta entra nel sacco, più il tasso di riutilizzo cala.

Dove finiscono i capi che “reggono”

I capi valutati “prima scelta” hanno strade note e meno note. Una parte rifornisce gli empori solidali locali. Altri entrano nel mercato del second hand, tra i negozi vintage di quartiere e i grossisti che impacchettano in balle da 45 o 55 chili per rivenderle in Italia, in Europa dell’Est, Nord Africa e Africa occidentale.

È qui che la narrazione si complica. La domanda di usato esiste ed è reale, ma i mercati di destinazione chiedono qualità. Lo sanno bene i rivenditori che smistano nel celebre mercato di Kantamanto ad Accra o nei souk mediterranei. Se la qualità crolla, crescono i resi e gli indumenti restano invenduti, caricando di costi chi opera alla fine della catena. Negli ultimi anni, la rincorsa a capi sempre più economici ha reso la selezione più severa e il margine più sottile.

E le sneakers? Se sono in buono stato, pulite e in coppia, finiscono dritto nei canali del riuso, spesso con richiesta alta per modelli iconici. Scarpe spaiate o molto logore si fermano lì: poche filiere accettano la mona, e spesso diventano materiale di riciclo solo se esistono progetti dedicati alla macinazione delle suole.

Quando il cotone torna fibra: il riciclo “vero”

Non tutto è riutilizzo, e non tutto il riciclo è uguale. La forma più matura, oggi, è quella meccanica per le fibre cellulosiche o di lana cardata: si strappa il tessuto, si tolgono bottoni e cerniere, si riduce a fiocco e si ricardano nuove fibre. A Prato, questo saper fare è tradizione: il “cardato rigenerato” dà nuova vita ai cappotti, con blend di lana riciclata e vergine per non perdere stabilità.

Il limite delle mischie è il tallone d’Achille. I capi moderni sono spesso composti da blend poliesteri-cotone ed elastan. Nel riciclo meccanico le fibre si accorciano, e l’elastan contamina. Per questo avanzano tecnologie chimiche: per il cotone, processi che dissolvono la cellulosa e la trasformano in nuove fibre simili al viscosa/lyocell; per il poliestere, depolimerizzazione fino ai monomeri, da cui rigenerare PET di qualità paragonabile al vergine. Sono linee ancora di nicchia, con impianti pilota e costi importanti, ma indicano dove va il settore: dall’abbigliamento che diventa pezzame al “fibra a fibra”.

Su tutto aleggia il quadro normativo. La Direttiva quadro sui rifiuti spinge la raccolta differenziata dei tessili e l’Europa va verso sistemi di Responsabilità estesa del produttore: in pratica, i marchi pagano per il fine vita, finanziando raccolta e riciclo. Cambierà l’economia del sacco: più risorse a valle, ma anche più obblighi a monte, dal design per il riciclo alle etichette chiare su composizione e cura.

Il destino degli “irriducibili”: stracci, imbottiture, pannelli

Quelli che non passano lo scrutinio del riutilizzo diventano materia industriale. Pensa ai panni per le officine, alle imbottiture dei divani, ai feltri fonoassorbenti dei pannelli che trovi nelle sale prova dei musicisti. È il cosiddetto “downcycling”: non torni a fare una felpa con una felpa, ma eviti la discarica trasformandola in qualcosa di utile.

I tessuti sintetici, uniti a schiume o spugnette, possono finire in imbottiture tecniche o in granulati per l’edilizia leggera. Ma se sono sporchi d’olio, muffa o contaminati, la partita è persa: diventano scarti da trattare o, nei casi peggiori, destinati a inceneritore con recupero energetico. Qui la qualità del gesto iniziale conta: capi asciutti e puliti prolungano la vita del materiale, capi umidi la tagliano di netto.

Come donare meglio senza farsi illusioni

La migliore donazione è onesta: pulita, asciutta, in una busta chiusa. Le scarpe legate tra loro. Niente rifiuti non tessili mischiati, niente capi ancora bagnati “tanto si asciugano”, perché no: ammuffiscono e contagiano il resto. Se un capo è davvero finito, fallo finire bene: non mascherarlo da dono. Il sistema sa prendersi cura del materiale, ma non compie miracoli.

Per i pezzi forti, quelli con storia e identità, considera anche il passaggio diretto: il negozio di second hand sotto casa, le app di resale, i mercatini. È tempo in più per te, ma valore salvato per l’oggetto. La carità impiega ciò che riceve, la filiera valorizza ciò che è pronto; il circuito tra le due funziona se siamo chiari su cosa mettiamo nel sacco.

Quanto vale una felpa donata

Parliamo di soldi, perché la trasparenza aiuta a capire. Chi raccoglie viene pagato spesso a tonnellata dai Comuni o finanzia l’operazione con la vendita del selezionato. Sul mercato all’ingrosso, una tonnellata di “riutilizzabile misto” può valere poche centinaia di euro; il pezzame pulito ha quotazioni diverse; il rifiuto costa. Alla cassa del second hand, la felpa “giusta” torna a vivere a 15, 30, 60 euro, oppure vola in un lotto per l’estero a prezzo di equilibrio.

In mezzo ci sono i costi: personale che seleziona, logistica, sanificazione, affitti. Non è un mondo dorato, è un’economia minuta e capillare, dove ogni gesto – dal tuo sacco al guanto dell’addetto – sposta qualche euro e un po’ di impatto ambientale. Capire questo valore reale non toglie poesia al riuso: la rende credibile.

Moda, giovani e scelte che non passano di moda

Nel mio feed vedo drop di sneakers ed edizioni limitate che finiscono in un attimo. Il culto dell’oggetto desiderato può convivere con l’attenzione al dopo. Tenere un capo più a lungo, ripararlo, passarlo a un amico, sono gesti che parlano lo stesso linguaggio delle collaborazioni intelligenti: cura, rarità, storia. E quando arriva l’addio, il cassonetto giusto è solo l’ultimo capitolo, non un buco nero.

Mi piace pensare che la felpa lasciata allo skatepark stia scorrendo su un nastro, sotto una luce bianca, mentre qualcuno decide la sua prossima vita. Magari finirà su un mercatino in un’altra città, magari tornerà fibra in un pannello fonoassorbente appeso in una sala prove dove una band adolescenziale impara i primi accordi. In ogni caso, non sarà un gesto inutile. Il punto poco noto, in fondo, è che donare è partecipare a una filiera: non perfetta, ma viva, e più trasparente se noi lo vogliamo.

Luca Sottile

Luca, giovane torinese, si distingue per lo stile streetwear italiano. Dopo aver lavorato tra skate shop e shooting di moda underground, si occupa delle novità in sneakers, collaborazioni tra brand e influenze giovanili tra arte urbana e abbigliamento.